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lunedì 12 aprile 2021

Intervista: Fabio Giorgino

 


    1.    Parlaci un po’ di te! Cosa fai nella vita?

Sono un impiegato nella pubblica amministrazione, mi occupo di fiscalità locale. Sono sposato e ho due figli. Nel tempo libero, oltre a scrivere e a leggere, dipingo. Mi affascina tutto ciò che ha a che fare con la creatività.

 

2.    Quando hai cominciato a scrivere? Si tratta di una passione innata oppure l’hai in qualche modo scoperta? Se è stata una scoperta, quando e come è accaduto?

È partito tutto come una sfida con me stesso, nel 2011. Da appassionato lettore di gialli mi sono chiesto se fossi stato capace di inventarmi una storia che avesse una trama articolata e che, soprattutto, fosse ambientata nella mia terra, perché volevo descrivere gli splendidi paesaggi del Salento, come già facevo con i dipinti. Tra prima stesura e innumerevoli revisioni ci sono voluti ben otto anni affinché mi decidessi a pubblicare Le ragioni della follia. Chiaramente in tutto questo periodo ci sono stati interi mesi in cui ho lasciato decantare lo scritto nel cassetto, per poi riprenderlo e poi ancora lasciarlo, e così via.

 

3.    “Le ragioni della follia” è il tuo romanzo d’esordio?

Sì, è il mio primo figlio.

 

4.    Come mai hai scelto di dedicarti ai generi giallo/thriller?

È stata la passione per la letteratura gialla a portarmi in quella direzione, e poi volevo aggiungere un commissario tarantino alla lunga schiera di poliziotti italiani sparsi lungo la penisola.

 

5.    Da lettore, quali generi letterari prediligi?

Oltre ai gialli mi piacciono i romanzi storici, i saggi che hanno a che fare con il mondo della criminalità, e anche il mainstream.

 

6.    Quando scrivi, usi qualche stratagemma per “isolarti” (musica, un posto preferito in cui scrivere, un momento particolare della giornata ecc.)?

Per i momenti mi devo accontentare di quello che passa il convento: i pomeriggi liberi, le mattine di sabato e domenica. D’estate scrivo in giardino, per il resto dell’anno sul divano davanti al camino, ma devo essere da solo.

 

7.    Scrivere un romanzo così complesso come “Le ragioni della follia” non deve essere semplice, sei uno scrittore che schematizza oppure scrivi di getto e ci ritorni in un secondo momento a uniformare il tutto?

Sono metodico per natura, e poi un thriller credo che debba essere pianificato. Per me è così, e non sarei capace di iniziare a scrivere di getto. Io preparo una scaletta semirigida di tutti gli eventi, che poi in corso d’opera non è detto che venga cambiata, anzi.

 

8.    Qual è stato il percorso che ti ha portato alla pubblicazione del tuo primo romanzo? Come mai hai scelto il self publishing? Sei soddisfato della scelta fatta?

Prima di scegliere il self ho inviato la mia proposta editoriale a diverse case editrici, e continuo ancora a farlo. A un certo punto ho deciso di azzardare il self, se non altro per avere un riscontro diretto dai lettori, e devo dire che il risultato è più che soddisfacente.

 

9.    Quanto di te c’è all’interno di “Le ragioni della follia”? C’è un personaggio del tuo romanzo al quale ti senti più vicino?

Sono convinto che l’autore di un romanzo lasci sempre qualcosa di sé nei propri scritti, non fosse altro che per una impossibilità fisiologica di estraniarsi completamente dal proprio vissuto, tuttavia non credo di aver lasciato in un personaggio in particolare qualcosa strettamente personale.

 

10. Ci puoi parlare dei tuoi progetti per il futuro? C’è qualche novità in vista?

Ad agosto scorso ho pubblicato il secondo romanzo della serie, e a ottobre ho iniziato a scrivere il terzo, ma sono in alto mare. Ho una serie di racconti abbozzati con i quali ho in mente di pubblicare una raccolta.

 

11. Per finire, ci vuoi raccontare qualche curiosità in merito a “Le ragioni della follia”? Oppure ci vuoi salutare con una citazione tratta dal tuo romanzo?

Il nome del protagonista ha un significato che rispecchia il suo essere: Spiro Fusco sta letteralmente per spirito ombroso (o oscuro). La citazione è questa: “Perché il male non dimentica. Perché il male è come la lava di un vulcano: un continuo gorgoglio incandescente che aspetta il momento in cui potrà dare libero sfogo a tutta la sua forza distruttrice.”

 

Colgo l’occasione per ringraziare Fabio Giorgino per l’intervista e invitarvi a scoprire di più sul romanzo di cui ne parla attraverso la mia recensione che trovate qui. Inoltre, vi anticipo che tra non molto avrò il piacere di estendere la collaborazione al suo secondo libro, “Echi sinistri”.


lunedì 22 febbraio 2021

Intervista all'autore: Pasquale Dente, autore di "Dietro la maschera"

Oggi siamo in ottima compagnia, quella di Pasquale Dente, autore di “Dietro la maschera”, di cui trovate la recensione qui. In quest’intervista ci racconta un po’ di questo libro e anche del suo lavoro, lo stesso della protagonista del suo romanzo, quello di infermiere. Ci racconta come è stato per lui vivere attraverso il proprio lavoro l’esperienza del Covid e ci racconta come è nata l’idea di scrivere e pubblicare un libro sull’argomento e non solo, ma lascio la parola a lui…




Ciao. Innanzitutto grazie per concedermi quest’intervista. Comincia raccontandoci un po’ di te… Cosa fai nella vita? Come hai scoperto la passione per la scrittura?

Allora, cosa faccio nella vita? Io faccio quello che fa Lucia, la protagonista del mio libro: praticamente sono un infermiere di terapia intensiva cardiotoracica presso la Oxford University e, da un anno a questa parte, il nostro reparto di terapia intensiva cardiotoracica è diventato un reparto di terapia intensiva Covid. Quindi abbiamo pazienti Covid positivi, sedati, intubati, in coma; diciamo così: il peggio che l’assistenza infermieristica possa prevedere. Ecco, questo faccio nella mia vita. Per quanto riguarda la scrittura, ho scritto in passato per alcune riviste che riguardavano l’ambito infermieristico. Scrivere è bello… mi dà soddisfazione principalmente perché a me non piace tanto seguire le regole. La scrittura non mi pone regole: posso fare quello che voglio, i miei personaggi fanno quello che voglio io e nessuno mi detta nulla, l’unico limite è dettato dalla mia fantasia, ecco. Ho scritto da giovane giovane, proprio giovanissimo, sto parlando di vent’anni fa, un altro libro che ho pensato di riprenderlo per rinfrescarlo un po’ e valutarne la pubblicazione, però per adesso godiamoci “Dietro la maschera” e poi si vedrà in futuro.

Come hai avuto l’idea di scrivere “Dietro la maschera”?

Allora, l’idea di scrivere il mio romanzo mi è venuta quando sono entrato per la prima volta nel mio reparto, come accade a Lucia, è accaduto anche a me… o meglio: come accadde a me, accade anche a Lucia nel libro. Praticamente io avevo tre giorni off, smontai il lunedì mattina che non avevamo pazienti Covid, dopo aver fatto la notte di domenica. Quindi vado a casa, sapevo che probabilmente avremmo dovuto ammettere il primo paziente Covid il lunedì pomeriggio ed era, diciamo così, quasi una certezza, ma non ne eravamo sicuri al 100%, quindi si parlava, stavamo preparando la nostra terapia intensiva a ricevere questo tipo di pazienti, con i vari filtri, mascherine ecc. Quindi io smonto il lunedì mattina, ritorno a lavoro giovedì notte, quindi dopo tre giorni e mezzo, entro in reparto e ci sono venti pazienti in coma, intubati, sedati, in condizioni pessime. Sai, io mi son detto: “Ma che sta succedendo?” Sembrava Baghdad, veramente… mi sono chiesto da dove fossero usciti tutti quei pazienti. Insomma, al lunedì mattina non ce n’era nemmeno uno, sono tornato giovedì e ce n’erano venti. Visto che io scrivevo su questo portale di infermieri, volevo scrivere una storia, anche per confrontarmi con i colleghi italiani sulla situazione, quindi avevo intenzione di scrivere qualche articolo. Poi, nel corso del tempo, le cose cominciavano a essere tante, tante da scrivere. Mi sono reso conto che un articolo non era abbastanza e ho cominciato a scrivere. Poi, mi sono rotto la mano durante il turno di lavoro e sono stato ventitré giorni a casa. Quando sono ritornato a lavoro, ho trovato i miei colleghi estremamente stressati, la condizione ci ha logorati tantissimo. E io, rispetto a loro, ero molto fresco, no? Perché anche se ero stato in malattia, vista la rottura della mano, io comunque ero riposato rispetto a loro. Quindi ho notato questa differenza di stress psicologico tramite loro e, sai, ho cominciato a mettere questo aspetto in questo racconto che si stava costruendo nella mia testa e dopodiché, continuando a lavorare nel reparto Covid, questo aspetto dello stress psicologico dell’infermiere ha cominciato a essere predominante, il mio libro è incentrato proprio su quest’aspetto. Subito ho notato questa differenza, ma andando avanti ho dato molto molto peso a questo aspetto, fino a che è diventato il messaggio predominante, l’unico messaggio che voglio trasmettere con il mio libro. “Dietro la maschera” perché: chi c’è dietro la maschera? Non si sa chi c’è. Hanno detto che eravamo eroi, ma non lo siamo, siamo persone normali. L’eroe non ha bisogno di niente, non paga l’affitto, non deve mangiare, non ha bisogno di nulla… invece la persona normale ha gli affetti a casa, la famiglia, le mancanze, quindi non siamo eroi. Il messaggio è: Tu sai chi c’è dietro la maschera? Non si sa.

Quanto del tuo romanzo è pura fantasia? Ci sono fatti o personaggi ispirati a tue esperienze personali?

Come già detto, quello che Lucia racconta, io l’ho visto. Quello che Lucia ha visto, ho visto anche io. Ci sono alcuni episodi che non mi sono accaduti in prima persona, ma sono accaduti ai miei colleghi. Infatti, ti racconto un aneddoto: una ragazza mi ha raccontato una storia in questi giorni, su una parte del libro in cui Lucia praticamente finisce di lavorare, va a casa, viene fermata dalla polizia e le chiedono perché si trova per strada e che lavoro fa (perché in Italia durante il lockdown non si poteva camminare). Lei dice che sta tornando dal lavoro e loro, anche un po’ arrabbiati, le chiedono: che lavoro ti permette di stare per strada quando tutti devono stare in casa? Lucia risponde che fa l’infermiera, e il poliziotto si mette sull’attenti. Questa cosa non è capitata a me, ma a una mia amica di Napoli, che anche lei infermiera: le è capitato tornando a casa, in macchina, dopo il turno di notte di essere fermata a un posto di blocco. Quindi non tutte le cose che racconto nel libro sono capitate a me, però ho visto quelle cose. Poi, ovviamente, verso il finale c’è tutta una parte di fantasia, mentre la parte iniziale è reale. I personaggi non esistono, però questi personaggi inventati sono inseriti in una realtà che esiste, quindi il Covid, la terapia intensiva. Ho messo tanti fatti di cronaca veri: nel libro si parla dell’apertura dell’Ospedale Fiera di Milano, si parla del discorso di Boris Johnson, quando dice che bisognava raggiungere l’immunizzazione di massa. Ho inserito della cronaca in un libro di cui l’ambientazione è reale, mentre i personaggi inventati.

“Dietro la maschera” è il tuo primo libro?

Allora, “Dietro la maschera” è il primo libro pubblicato. Ne avevo scritto un altro, come già detto, vent’anni fa, ma sta ancora là, nel cassetto, che forse riprenderò. Ho tante tante tante idee… a me piace scrivere, ho avuto idee in passato, ma niente, nessun’idea, nessun libro mi ha spinto fino a questo. Mentre “Dietro la maschera” mi ha dato quella spinta di dire “questa cosa bisogna farla conoscere”. Ecco, questo è stato forse quello che più mi ha spinto a scrivere questo romanzo: far conoscere! Far conoscere a chi non lavora in terapia intensiva, a chi non è medico o infermiere, OSA o comunque che lavora in ospedale, far conoscere a quelle persone cosa ha significato e cosa significa lavorare lì. Perché io ho sentito molte lamentele di persone che sono state chiuse in casa, sì, è giusto, non è semplice stare chiusi dentro, ma non è manco semplice dover uscire di casa e andare in una terapia intensiva o in un reparto dove sai che tutti quanti sono infetti. Ecco, si ha paura che magari la mascherina che usi per proteggerti, magari è bucata, magari si distacca dalla faccia, quindi il virus potrebbe entrare, ti lavi le mani mille volte, stai attento a quello che tocchi, stai attento a quello che fai… quindi questo è quanto. Ho semplicemente pensato che le persone che non lavorano nell’ambiente dovevano sapere cosa stesse accadendo, cosa fosse accaduto perché, ti dico la verità, pensavo che sarebbe finito tutto con la prima ondata, non credevo ne arrivasse una seconda.

Qual è stato il percorso che ti ha portato alla pubblicazione?

Allora, il percorso della pubblicazione non è stato semplice perché io ho finito ‘sto libro, letto, riletto dieci mila volte, dopodiché ho cominciato a mandarlo alle case editrici. Devo dire la verità, ho scoperto un mondo abbastanza non bello, ecco. Non trovo altro termine, ma ecco, non proprio bello perché ho scoperto che è assolutamente, non impossibile, ma non facile pubblicare un libro in Italia. Perché, se ti rivolgi a case editrici importanti - cosa che ho fatto - sicuramente loro hanno un numero di richieste altissimo, quindi o non ti rispondono proprio o comunque ti rispondono dicendo che ti daranno una risposta, che esamineranno questo manoscritto, entro sei/nove mesi. Altre case editrici mi avevano detto che era tutto pieno per il 2020/2021, se ne parlava nel 2022, forse. Quindi ecco, un libro che parla del Coronavirus, io volvevo pubblicarlo nel più breve tempo possibile. Per arrivare comunque a case editrici importanti mi hanno consigliato di prendere un agente letterario, ma ho chiesto ad alcuni agenti letterari e mi hanno proposto contratti da 3/400/500 euro al mese per contratti da sei mesi/un anno, quindi 4/5/6 mila euro per pubblicizzare un libro. E visto che sono praticamente un perfetto sconosciuto, non mi andava di investire tutti questi soldi su un libro che io non so se vale o meno. Poi, ora ti dico che le cose non stanno andando male, però ecco, io sono una persona che crede in se stessa, ma non fino al punto di prendere 5/6 mila euro e dargli a un agente letterario. Non sono assolutamente il tipo. Ho provato anche con altre case editrici, di quelle più piccole, e mi hanno proposto contratti assolutamente inguardabili, nel senso che io avrei perso quasi tutti i diritti del libro. Io non voglio i diritti, non voglio niente, ho scritto questa storia solo per raccontarla, ma nel momento in cui io scrivo un libro, e tu mi vuoi dare il 5% di royalty sulla vendita o il 6/7 % e il prezzo di copertina lo scegli tu, a me non piace. Infatti, loro volevano mettere un prezzo di copertina molto alto, di 18/19 euro e a me non piaceva questa cosa, quindi non ho trovato nessun accordo in nessun verso: prezzo di copertina, royalty, nulla. Alcune case editrici mi proponevano comunque un contributo, che poteva essere: contributo editor, contributo copertina, contributo questo, contributo quello, quindi non era semplice, erano tutte cose che io avrei dovuto pagare di tasca mia. Quindi nulla, mi sono fatto questo libro da solo, mi sono iscritto a vari gruppi, WhatsApp, Facebook ecc. e, alla fine di tutto, ho pensato che il self publishing con Amazon fosse la cosa più semplice da fare. Ci sono altri siti che lo permettono, io ho scelto Amazon perché comunque io vivo in Inghilterra, Amazon è Amazon, quindi se avessi scelto di pubblicare con dei siti italiani, non so se avrebbero spedito in Inghilterra. Con Amazon invece, io ho la possibilità di vendere in tutto il mondo, ecco. Poi comunque Amazon è Amazon, è un brand importante, ecco, ti ripeto, il mio libro viene acquistato in Italia da persone che conosco o no, in Inghilterra dai miei colleghi e anche in Germania, dove vive mio fratello, anche lì sto vendendo delle coppie. Non so se ci siano altri Paesi d’Europa nei quali i miei libri stanno andando, comunque questi tre sicuramente: Italia, Germania, Inghilterra; quindi, se tu ci pensi, rispetto a un sito self publishing italiano, che non ti garantisce la distribuzione in Europa, questa è una cosa importante. Ovviamente se mi chiedi quanto ho speso per pubblicare il libro, ti rispondo: “Niente! Zero.” Il disegno della copertina l’ha fatto mio cugino, che è un tatuatore, la mia fidanzata me l’ha assemblata, quindi lo sfondo blu; il libro l’ho scritto io, ho pagato solo la ragazza che mi ha fatto l’impaginazione e ha corretto le bozze, che poi ci stanno ancora alcuni errori grammaticali, però io ti dico che, a fronte di migliaia di euro che le case editrici mi chiedevano, ho scelto il self publishing e non ci ho speso niente. Io non ci voglio guadagnare nulla da questo libro, mi interessa farmi conoscere dal pubblico e far passare il mio messaggio, perciò, ti ripeto, il mio obiettivo non era quello di guadagnarci, ma sicuramente non era quello di perderci, o comunque fare un investimento di 4/5/6 mila euro. Questo è quanto… perciò ho trovato nel self publishing con Amazon il miglior modo per pubblicarlo.

Come ti sei trovato, fino ad ora, con il self publishing?

Guarda, non te lo so dire, anche perché non so esattamente come stanno andando le vendite. Io ho il report giornaliero di Amazon, se voglio, ma non lo so perché non so quanto sia giusto, quanto sia poco, quanto sia tanto perché avendo scritto solo questo libro, non avendo dei, come dire, dei criteri, non so dire se 10 copie sono tante o poche, o 100 copie o 200 copie, non so quante copie siano giuste per uno scrittore emergente, alle prime armi, uno sconosciuto, quindi non so. Diciamo così, il problema del self publishing è che devi fare tutto tu: pubblicità ecc. ecc. Parlando un po’ in giro con persone che hanno pubblicato con case editrici, loro non hanno avuto una grossa pubblicità o comunque un grosso ritorno da queste case editrici. Come ti dicevo, molte ti prendono i soldi, pubblicano il libro, se fai successo dividiamo, se va male, è il tuo libro che non va bene; queste sono persone che hanno comunque investito del denaro nelle case editrici che poi sono pressappoco sparite. Quindi diciamo che per ora mi sono trovato bene con il self publishing, poi in futuro si vedrà.

Quali sono i tuoi piani per il futuro dal punto di vista letterario? Stai scrivendo altro oppure hai intenzione di farlo in futuro?

Allora, per il futuro, come ti ho già detto, io ho tante storie in testa da poter scrivere. Al momento non sto scrivendo perché sto un po’ studiando per un concorso importante quindi ho un pochino accantonato la scrittura, ma già c’ho il libro pronto. Mentalmente è pronto già. Vorrei continuare con il medical romance e c’ho una bella storiella in testa, per poi cambiare. Al terzo libro cambierò totalmente genere, però per adesso ho già due/tre storie in testa, tre/quattro libri… idee, ecco. Spero che in futuro sentirete ancora parlare di me. Ora col primo libro, libro d’esordio, credimi non vedo manco le royalty, non penso a niente, io con questo libro sto cercando solo di farmi conoscere e sinceramente su Instagram, dove sto spingendo abbastanza, ecco, ci sono persone che leggono il libro e mi mandano il messaggio, che è un messaggio, credimi, rincuorante, mi rende felice sentire uno sconosciuto che mi scrive su Instagram e mi dice: “Guarda, ho letto il libro, mi è piaciuto, ma quando uscirà un nuovo libro?” Questa è una cosa che fa piacere. Sempre considerando che io sono un perfetto sconosciuto, quindi spero che sentirete parlare di me in futuro.

Infine, vuoi salutarci con una citazione tratta dal tuo romanzo, “Dietro la maschera”, oppure ci vuoi raccontare qualche curiosità in merito?

Le frasi che posso dire per salutare sono tante, però io ti dico solo, guarda, per rispondere… io non voglio toccare l’argomento dei negazionisti, ma ti posso dire due frasi. Ti posso dire che, io sono tornato a Napoli a settembre, dopo la pandemia, dopo quasi un anno per il fatto dei blocchi, sai, sono tornato a Napoli, dove ci sono state tante persone: amici, i miei, amici di famiglia, anche persone di una certa età, che mi hanno chiesto, così, in maniera privata: “Dimmi la verità, ma veramente è successo quello che hanno detto? Veramente la situazione era così grave?” E io ho sempre risposto in maniera molto ironica, io sono una persona molto ironica su me stesso, sul lavoro, su tutto, quindi ho sempre risposto dicendo: “Mah, io non lo so se era vero, era finto, ma io, durante questi mesi, ho messo parecchie persone nei sacchi bianchi. Poi io non so se facevano finta, ma se facevano finta… erano bravissimi perché a me sembravano morti”. Quindi la frase che ti dico è: Ma ‘sto Covid veramente esiste? Non lo so, però io persone nei sacchi bianchi ne ho messe”. E un’altra frase con cui ti posso salutare è: “Quando tu, lettore che stai leggendo l’articolo, guardi l’infermiere, devi sapere che questa è una persona che lavora con la morte. Nel mio incipit dico: io lavoro con la morte, la morte lavora al mio fianco, a volte vinco io, a volte vince lei. Però comunque questo è il mio lavoro, siamo persone abituate a guardare in faccia la morte e io penso che quando tu guardi la morte, quando tu ci lavori, cambi, cambia il tuo modo di vivere, il tuo modo di essere.  


domenica 14 febbraio 2021

Intervista: Franco Casadidio, autore di "Il volo del canarino"

 

Sono lieta di iniziare questa nuova parte – quella delle interviste agli autori – con Franco Casadidio, l’autore di “Il volo del canarino” e non solo, ma ci dirà lui stesso di più. Per quanto riguarda “Il volo del canarino”, nella sezione “Recensioni” di questo blog ne parlo, racconto le mie impressioni dopo averlo letto. Vi invito tutti a dare un’occhiata non solo alla mia recensione, che può essere soggettiva, ma al romanzo stesso; merita davvero, merita di essere letto e diffuso il più possibile, non solo per il tema trattato, ma anche per l’accuratezza con cui determinati fatti vengono riportati e per l’abilità dell’autore di far arrivare al lettore dei messaggi davvero significativi.



Raccontaci un po’ di te. Cosa fai nella vita? Come ti sei avvicinato alla scrittura?



Vivo a Terni, dove sono nato 50 anni fa e dove svolgo la professione di impiegato presso la segreteria didattica di un Liceo. È un lavoro che a me piace molto perché mi consente di stare a contatto con i giovani, una cosa molto stimolante, anche se impegnativa.

La scrittura è stata una delle mie grandi passioni fin da quando ero ancora un ragazzo, mi è sempre piaciuto scrivere e questo ha fatto sì che continuassi a farlo anche in età adulta. Inizialmente scrivevo tenendo gli scritti per me poi, nel 2015, ho provato a pubblicare il mio primo libro, dal titolo “Quando arriverà la primavera”, una raccolta di cinque racconti ambientati a Monaco di Baviera.

Quell’esperienza devo dire che è stata più che positiva, anche grazie alla serietà e alla professionalità della casa editrice GoWare, che ha creduto in me fin da subito. Così nel 2016 è uscito il mio secondo libro “L’impronta del diavolo” e nel 2018 “Il volo del canarino”, il mio ultimo – per ora – romanzo.



Bellissime esperienze! Questo mi porta a chiederti da dove deriva la tua passione per la storia, visto che non ha a che vedere con il tuo lavoro. E mi sembra anche di capire che nei tuoi romanzi compare sempre la Germania, come mai?



La storia, insieme alla scrittura, è l’altra mia grande passione, una passione innata, motivo per cui, ogni volta che mi chiedono da dove nasce, io non riesco mai a dare una risposta concreta. Penso di averla sempre avuta perché ricordo che, all’età di dieci anni circa, in estate mi divertivo a leggere le pagine dedicate alla storia in un’enciclopedia per ragazzi che avevo in casa e a elaborare dei riassunti che poi trascrivevo su un quaderno che custodivo gelosamente. Scrittura, quindi, ma anche storia e, naturalmente, Germania come mie grandi passioni.

Quello tedesco è un Paese che mi ha sempre affascinato, così come la sua cultura e le sue tradizioni. Anche in questo caso penso si tratti di qualcosa di innato, che mi porto dietro da sempre. Così, quando ho deciso di pubblicare il mio primo libro, mi è sembrato naturale unire queste tre grandi passioni ed ecco com’è nato “Quando arriverà la primavera”.



Capisco benissimo, anch’io condivido questa passione, in particolare per la storia contemporanea tedesca. Invece l’idea di scrivere “Il volo del canarino”? Com’è nata?



Da appassionato di storia e in particolare di storia moderna, mi stuzzicava l'idea di scrivere un libro che avesse come argomento centrale il più grande dramma che la storia umana abbia mai vissuto, quello della Shoah. Non essendo uno storico di professione, però, ma solo per passione, non potevo certo scrivere un saggio, per cui ho pensato di scrivere un romanzo in cui, attraverso il racconto della storia di due ragazzi e del loro amore, potessi raccontare anche la "Grande storia", quella con la S maiuscola, quella che a volte sembra passare sopra le nostre teste quasi senza lasciar traccia e che, invece, ha un impatto forte su ognuno di noi.

Volevo contribuire a far conoscere meglio quel periodo, anche nei particolari meno noti, quelli che non si trovano sui libri di storia di scuola, quelli che pochi conoscono. Voleva essere un tributo alla storia ma anche e soprattutto, al sacrificio di 6 milioni di esseri umani, affinché nessuno possa mai dimenticare quello che è accaduto.



Mi trovi d’accordo su tutto e, a mio avviso, sei riuscito benissimo nel tuo intento di rendere omaggio a quella parte di storia, il tutto senza la “pesantezza” che potrebbe avere un saggio, soprattutto agli occhi dei più giovani. Ed è proprio per la tua bravura nell’incastrare il tutto così bene che mentre leggevo mi sono posta questa domanda: quanto di questo libro è fantasia dell’autore e quanto c’è di vero, di eventi realmente accaduti?



Il libro, come hai avuto modo di constatare personalmente, è un continuo "incastro" tra le vicende dei due protagonisti, Jürgen e Sara, e quelle dei principali protagonisti della storia tedesca della prima metà del Novecento.

Bene, i due ragazzi e le rispettive famiglie sono frutto della mia fantasia, tutti gli altri personaggi presenti nel romanzo, così come gli avvenimenti narrati, sono assolutamente veri. Nel libro si raccontano episodi come "La notte dei lungi coltelli", l'attentato a Hitler a opera di Georg Elser, "La notte dei cristalli", "L'incidente di Gleiwitz", la conferenza di Wannsee e tanti altri ancora, tutti realmente accaduti.

Allo stesso modo, i protagonisti si trovano a interloquire con Hitler, Goring, Goebbels, Himmler, Heydrich, von Stauffenberg e molti altri ancora, tutti personaggi storici che hanno segnato quegli anni e anche i successivi e credo che tutto questo sia uno dei motivi di successo di questo libro.



Esattamente, è stato proprio questo perfetto incastro tra le due parti – storia personale dei protagonisti e periodo storico narrato, nonché le varie figure storiche citate – che mi ha portata a chiedermi se Sara e Jürgen fossero esistiti realmente.

Per quanto riguarda la parte di storia, narrata così dettagliatamente, hai fatto delle ricerche particolari durante la stesura del romanzo oppure sono tutte conoscenze che avevi già maturato prima di dedicarti a “Il volo del canarino”?



Inutile negare che, alla base di tutto, ci deve essere una grande passione. Scrivere un romanzo storico vuol dire raccontare degli avvenimenti effettivamente accaduti, parlare di personaggi realmente esistiti. Per fare questo in maniera seria e con la massima professionalità bisogna documentarsi, in modo preciso, pignolo, senza lasciare nulla al caso. Fare tutto questo, come è ovvio, richiede tempo e anche sacrificio e senza una vera passione, è qualcosa difficile da realizzare. Io, personalmente, leggo moltissimi saggi storici ma anche biografie che mi permettono di penetrare a fondo gli aspetti privati e meno noti di personaggi famosi che, troppo spesso, conosciamo solo superficialmente.

Tutti sanno chi era Hitler e cosa ha fatto nella sua vita, ma quanti sono al corrente, ad esempio, che non era tedesco ma austriaco? E quanti sanno che, proprio lui che avrebbe scatenato la più sanguinosa guerra che si sia mai combattuta, appena compiuta la maggiore età scappò dalla sua madrepatria proprio per non fare il servizio militare? O, ancora, che da giovane aveva avuto un rapporto difficilissimo con il padre, ma adorava letteralmente sua madre tanto da soffrirne la perdita ancora in età adulta?

Ecco, prima di scrivere un romanzo storico bisogna studiare, conoscere, sviscerare fatti e personaggi, ma lo si può fare solo avendo una grande passione per la storia a tenerci compagnia.

La maggior parte della parte storica raccontata nel libro è frutto di conoscenza che avevo già acquisito nel corso degli anni, un'altra parte, però, è scaturita da ricerche e approfondimenti specifici messi in essere durante la stesura del romanzo stesso.



Infatti, sono tutti dettagli che, generalmente, pochi approfondiscono e conoscono; il tuo libro mi ha piacevolmente stupita anche per questo, perché quelli che possono sembrare dettagli insignificanti della vita di Adolf Hitler fanno capire un po’ di più la sua follia. Quindi, mi viene da chiederti quanto tempo, indicativamente, hai impiegato nella stesura del romanzo?



Per scrivere questo libro ho impiegato due anni. Non essendo la scrittura la mia professione ma solo una piacevolissima passione, posso dedicarle solo una parte della giornata che, in genere, è quella serale. In questo modo, inevitabilmente, i tempi si allungano anche se credo fermamente che per fare un buon lavoro la fretta sia sempre una cattiva consigliera. C'è anche da aggiungere che, come capita spesso agli scrittori alle prime esperienze e poco conosciuti dal grande pubblico, terminata la stesura ci sia da fare tutto il lavoro di correzione, revisione, editing, un lavoro impegnativo che porta via molto tempo ma che, purtroppo, molte case editrici, sbagliando, snobbano, lasciandolo sulle spalle degli scrittori stessi.



Mi trovi d’accordo anche su questo, assolutamente! Forse addirittura il lavoro fatto dopo la prima stesura di un romanzo è ancora più lungo e impegnativo della scrittura stessa… e toglierei pure il “forse”.

Quindi, romanzo scritto, corretto, editato, qual è stato poi il percorso che ti ha portato alla pubblicazione? Avevi già pronta la casa editrice, la stessa con la quale hai già pubblicato gli altri tuoi libri, oppure ti sei affidato a un nuovo editore?



No, la casa editrice non è stata la stessa. Il primo libro l'ho pubblicato grazie alla casa editrice GoWare, mentre il secondo e il terzo con una casa editrice della mia città. Trovare un editore non è facile, bisogna essere pronti ad accettare molti rifiuti e anche a individuare i possibili "furbetti" che anche in questo ambiente, come in tutti del resto, non mancano di certo. È per questo che la ricerca di una casa editrice è un processo lungo, che richiede molta attenzione e che, spesso, può rivelarsi pieno di insidie per chi è ancora alle prime armi. Poi, in seguito, con un po' di esperienza alle spalle, si è in grado di fare scelte più oculate e che possono garantire l'adeguato sostegno a chi vuole intraprendere un percorso così arduo ma che, potenzialmente, può riservare molte soddisfazioni. Con l'esperienza si è in grado di evitare gli errori commessi in passato, e questo, forse, è l'unico vantaggio - o uno dei pochi - del tempo che passa!



Hai ragione, per uno scrittore esordiente la ricerca di una casa editrice seria può essere molto lungo e difficoltoso.

Per quanto riguarda il tuo futuro da scrittore, ci puoi svelare qualcosa?



Molto volentieri. Ho appena terminato la stesura del mio nuovo libro. Si tratta sempre di un romanzo storico, ma in questa occasione ho abbandonato la Germania per ambientarlo in Italia, durante la prima guerra mondiale, un periodo, a torto, poco conosciuto. Come hai ricordato giustamente anche tu, adesso viene la parte più difficile, quella della correzione e dell'editing, ma stavolta, con un po' di esperienza e di anni in più sulle spalle, posso dire che il lavoro sarà meno difficoltoso e soprattutto, più professionale, a vantaggio, in primo luogo, di chi vorrà leggere questo nuovo libro. Covid permettendo, mi piacerebbe pubblicarlo in prossimità del 24 ottobre, anniversario della battaglia di Caporetto - ampiamente descritta nel testo - speriamo che il virus me lo lasci fare!



Allora non posso che incrociare le dita per te, sarà un piacere leggere anche questo tuo libro (non prima di essermi messa in pari con i precedenti), anche perché tratta di una parte di storia che onestamente conosco poco anch’io.

A questo punto non posso che ringraziarti per avermi messo a disposizione un po’ del tuo tempo per questa chiacchierata. Ci vuoi lasciare con una citazione tratta dal tuo ultimo libro, “Il volo del canarino”, oppure raccontarci qualche curiosità in merito?



Una curiosità: la prima stesura non prevedeva il finale attuale. Inizialmente avevo immaginato un finale diverso, che mi piaceva molto poi, rileggendo il libro per le correzioni di prammatica, mi sono reso conto che non lo era, che non c'entrava nulla con il resto del romanzo; allora mi sono rimesso sotto e l'ho cambiato e credo proprio di aver fatto bene...



A me è piaciuto moltissimo il finale attuale… Proprio le ultime righe, le ultime parole, le ho ancora impresse in mente, ma non sveliamo nulla!

Grazie ancora e in bocca al lupo per il nuovo romanzo!



Grazie a te.




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