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lunedì 15 febbraio 2021

Discorso diretto: forma e punteggiatura

 


La prima cosa da dire è che ogni casa editrice ha un suo modo di impostare i discorsi diretti (la Newton Compton utilizza le virgolette basse o caporali, mentre la Feltrinelli utilizza le virgolette alte e l’Einaudi il trattino medio, per dirne alcune), e nessuno di questi metodi è più o meno giusto rispetto agli altri. Come per ogni cosa quando si tratta di scrittura, ricordate che la parola d’ordine è: UNIFORMITÀ. Quindi scegliete un metodo e adottatelo per tutta la lunghezza del vostro scritto, poi, se deciderete di inviare il vostro materiale a una o più case editrici, saranno loro, in fase di editing, a riportare tutto verso i propri standard.



Contenuto dei discorsi diretti



La prima cosa da tenere in mente quando si deve scrivere un dialogo è il suo contenuto. Il discorso diretto deve essere in linea con il personaggio al cui è attribuito, deve tener conto del contesto, del carattere del personaggio, della persona con cui interloquisce (età, posizione lavorativa, rango sociale in alcuni casi).

Se un discorso diretto avviene in forma altamente formale (ad esempio in un romanzo storico si può avere un dialogo tra un Re e un suo suddito) si deve tener conto degli appellativi che gli interlocutori usano, si deve scegliere se dare del lei o del voi e ricordarsi di mantenere quella forma per tutta la lunghezza dei discorsi diretti che hanno come protagonisti gli stessi personaggi (non si può dare del lei nel primo capitolo e nel terzo passare all’informale tu senza una ragione evidente; e non si può passare dal lei al voi o viceversa).

Es.: “Vostra Eccellenza, permettetemi di presentarmi, sono il Visconte Bianchi.”



Se invece stiamo scrivendo un dialogo tra amici o conoscenti di vecchia data, oppure coetanei molto giovani, questo sarà molto informale e così dovrà rimanere per tutta la lunghezza dello scritto.

Es.: “Ciao, mi presento: mi chiamo Maria, tu invece?”



Bisogna far molta attenzione se si deve scrivere un discorso diretto in ambito lavorativo. Ad esempio, se si deve far parlare un detective, si farà della ricerca sui termini da utilizzare. Un detective, in ambito lavorativo, non parlerà come un fruttivendolo, ma nemmeno come un medico. Allo stesso tempo, il detective in questione si esprimerà in un modo ai propri superiori, in un altro a indagati nel corso di un’indagine, in un altro ancora nell’ambito di un interrogatorio e ancora, si esprimerà in modo totalmente diverso con i propri colleghi, diverso da come si esprimerà verso i propri famigliari e amici fuori dal lavoro.

Es.: “Sceriffo, dall’indagine appena conclusa si evince un indubbio coinvolgimento dell’indagato principale.” (detective che parla con il proprio superiore)

“Signor Rossi, devo farle alcune domande per quanto riguarda sua moglie.” (detective che parla con il famigliare di una vittima)

“Ora la smetta di tergiversare e risponda alle mie domande!” (detective durante un interrogatorio)

“Bianchi, andiamo a prenderci un caffè?” (detective che parla con un collega; attenzione anche agli appellativi da utilizzare: se si decide che il detective in questione si riferisce ai propri colleghi utilizzando il cognome in ambito lavorativo, così sarà per tutti i dialoghi che riguardano il lavoro. Mettiamo caso che il detective in questione sia molto amico di un collega: nell’ambito lavorativo lo chiamerà per cognome, fuori dal lavoro per nome.)

“Tesoro, cosa c’è stasera per cena?” (lo stesso detective che parla con la moglie)



Cosa altrettanto importante è quella di adattare il tono del discorso diretto al carattere del personaggio che parla, rende il tutto più verosimile e coinvolge maggiormente il lettore, lo fa immedesimare ancor più nel personaggio.



Altra regola da tenere a mente è quella di evitare il più possibile di anticipare o spiegare i dialoghi.

Es.: Maria mi chiese come stavo: “Come stai?” (meglio optare per forme come: “Come stai?” Mi chiese Maria.)



Altrettanto importante è anche evitare di usare sempre la stessa forma nella chiusura del dialogo: disse, chiese, rispose e simili. Meglio attirare l’attenzione su un’azione eseguita dal personaggio e, quando si devono usare queste forme, ricordarsi di alternarle (non scrivere per tre battute di fila rispose, ma alternare con: affermò, disse, rimarcò ecc.)

Es.: “Certo che questa situazione è proprio buffa” sogghignò Mario.





Punteggiatura dei discorsi diretti



Come dicevo nell’introduzione, ogni casa editrice ha il proprio modo per delimitare le battute dei discorsi diretti, quindi di seguito vi illustrerò tutti i metodi corretti, sta poi a voi sceglierne uno.

Il modo più semplice per farvi capire l’utilizzo della punteggiatura nei dialoghi è attraverso gli esempi, ed è quello che farò qui in seguito.



Caporali o virgolette basse («»)

ATTENZIONE! Queste “<< >>” non sono caporali, sono soltanto i segni minore (<) e maggiore (>) ripetuti, che vanno usati in matematica e MAI per delimitare i dialoghi.



Battuta semplice

«Noi andiamo al mare». (il punto finale può essere messo sia prima che dopo la chiusura delle caporali, l’importante è mantenere lo stesso metodo per tutte le battute dello stesso genere. )

«Andiamo al mare?» (tutti i segni di interpunzione diversi dal punto fermo e dalla virgola vanno inseriti sempre all’interno delle caporali. Alcune case editrici, come la Newton Compton, inseriscono il punto fermo dopo la chiusura delle caporali anche in presenza di altri segni di interpunzione: «Andiamo al mare?».)

«Andiamo al mare!»



Battuta semplice retta esternamente

«Noi andiamo al mare» disse Andrea. (se quello che viene dopo la chiusura delle caporali è una continuazione della battuta stessa, va usata l’iniziale minuscola anche in presenza di segni di interpunzione all’interno delle caporali.)

«Andiamo al mare?» chiese Andrea.

«Andiamo al mare!» esclamò Andrea.

Andrea chiese: «Andiamo al mare?» (in questo caso, la battuta del dialogo inizia con la maiuscola.)

Quando serve, la virgola va inserita dopo la chiusura delle caporali:

«Andiamo al mare», disse Andrea. (alcune case editrici la usano anche in presenza di altri segni di interpunzione presenti all’interno delle caporali: «Andiamo al mare?», chiese Andrea.)



Battuta composta

«Noi andiamo al mare», disse Andrea, «venite anche voi?»

«Andiamo al mare?» chiese Andrea, «per favore!»



Virgolette alte (“”)



Battuta semplice (stesse regole che si osservano per le caporali per quanto riguarda la punteggiatura finale.)

“Noi andiamo al mare”.

“Andiamo al mare!”

“Andiamo al mare?”



Battuta semplice retta esternamente (anche qui, le regole da seguire sono le stesse che trovate per le caporali)

“Noi andiamo al mare” disse Andrea.

“Andiamo al mare!” esclamò Andrea.

“Andiamo al mare?” chiese Andrea.

Andrea chiese: “Andiamo al mare?”



Battuta composta (stesse regole che trovate per le caporali)

“Noi andiamo al mare” disse Andrea, “venite anche voi?”

“Andiamo al mare?” chiese Andrea, “per favore!”



Trattino medio spaziato (–)

Se la battuta non è retta esternamente, non serve il trattino di chiusura.



Battuta semplice

‒ Noi andiamo al mare. (in questo caso non c’è alcuna distinzione tra segni di interpunzione finali: tutti vanno a fine battuta.)

‒ Andiamo al mare!

‒ Andiamo al mare?



Battuta semplice retta esternamente

‒ Noi andiamo al mare ‒ disse Andrea. (in questo caso si aggiunge il trattino di chiusura e, in caso dovessimo inserire la virgola, questa va prima del trattino: ‒ Noi andiamo al mare, ‒ disse Andrea.

‒ Andiamo al mare! ‒ esclamò Andrea.

‒ Andiamo al mare? ‒ chiese Andrea.

Andrea chiese: ‒ Andiamo al mare? (in questo caso il trattino di chiusura non è più necessario.)



Battuta composta

‒ Noi andiamo al mare, ‒ disse Andrea, ‒ venite anche voi?

‒ Andiamo al mare? ‒ chiese Andrea, ‒ per favore!





Citazioni all’interno del discorso diretto



Come si fa se si ha bisogno di inserire una citazione all’interno di un discorso diretto (oppure riportare un un altro discorso diretto all’interno del dialogo)?



Nel caso delle caporali, si andrebbero a usare le virgolette alte, così come nel caso dei trattini.

«Ho visto Andrea e mi ha chiesto: “Andiamo al mare?”»

‒ Ho visto Andrea e mi ha chiesto: “Andiamo al mare?”.



Nel caso si optasse per l’utilizzo delle virgolette alte per delimitare i dialoghi, la citazione andrà delimitata dalle virgolette alte singole.

“Ho visto Andrea e mi ha chiesto: ՙAndiamo al mare?՚”



Spero che questo articolo possa esservi d’aiuto. Personalmente, credo che i dialoghi siano la cosa più difficile da riportare in uno scritto, non solo per i dubbi che possono venire a riguardo della punteggiatura da utilizzare, ma anche per la difficoltà di renderli verosimili, più vicini alla realtà possibile, adattandoli comunque ai personaggi e al genere di narrazione all’interno della quale si troveranno.

Il discorso è molto ampio, ci sono molte cose da prendere in considerazione, quindi se avete bisogno di qualche chiarimento sarò molto felice di aiutarvi.


sabato 23 gennaio 2021

Ridondanza linguistica: espressioni ridondanti, tautologia, pleonasmo

 



ESPRESSIONI RIDONDANTI



Oggi tratterò un argomento non molto comune. Molti autori non fanno caso alle espressioni ridondanti per il semplice fatto che molte di loro sono entrate talmente tanto nel linguaggio comune da renderle quasi “accettate” anche nello scritto. Soprattutto se pensiamo a certi dialetti, in cui l’utilizzo di alcune di queste espressioni è diffusissima. Tuttavia, le espressioni che vi porterò come esempio in questo post, se usate (o se usate troppo) tendono ad appesantire la narrazione.



Cosa significa ridondante?

Per quanto riguarda la ridondanza linguistica, non significa altro che l’uso di parole superflue, la cui presenza o assenza non cambia il significato di ciò che intendiamo dire (es.: Dire “Sto uscendo fuori” e dire “Sto uscendo” è la stessa cosa, quel “fuori” non è necessario, ma quando è presente appesantisce la frase, rimarca l’ovvio.).



In un testo narrativo, ritengo che ci sia bisogno di un’attenzione particolare per quanto riguarda la ridondanza per il semplice fatto che in alcuni casi si rischia di ricadere nella prolissità, confondendo il lettore.



ACRONIMI RIDONDANTI



Ci sono alcuni casi – ormai entrati ampiamente in uso – nei quali per consuetudine si aggiunge a un acronimo una parola contenuta nell’acronimo stesso. Vi faccio alcuni esempi, così da far capire meglio il concetto, ma ci tengo a precisare che non sempre queste forme sono da bandire dai nostri scritti.

Virus HIV – dove HIV sta per Human Immunodeficiency Virus (in questo caso, la ridondanza sta nell’utilizzo della parola “virus”, che è già presente nell’acronimo stesso).

Numero PIN – dove PIN sta per Personal Identification Number (in questo caso la ridondanza è data dalla parola “numero”).

Macchina ATM – dove ATM sta per Automated Teller Machine (in questo caso la ridondanza è data dalla parola “macchina”).



PLEONASMO



Il pleonasmo è un’espressione linguistica caratterizzata dalla presenza di parole grammaticalmente e concettualmente non necessarie. In alcuni casi è assolutamente da evitare, mentre i altri può servire a dare maggiore intensità o chiarezza a una frase. Vediamo alcuni esempi:



“A me mi piace il gelato.” (“a me mi” è un pleonasmo, in quanto entrambi i pronomi personali hanno lo stesso significato).

Per evitare il pleonasmo in questione, va eliminato uno dei due pronomi, quindi la stessa frase, scritta in maniera corretta, diventerà: “A me piace il gelato.” oppure “Mi piace il gelato.” Vedete come mantiene lo stesso significato, senza essere appesantita da inutili ridondanze?



“Cosa ne pensi di questo libro?”

“Non me ne importa nulla.” (qui il pleonasmo è dato da “nulla”, che non è necessario al fine del significato della frase, ma può essere utilizzato come rafforzativo).

Per evitare il pleonasmo, la frase diventerebbe: “Non me ne importa.”. Anche qui, il significato è sempre lo stesso.



“Non me ne importa di quel libro.” (qui invece il pleonasmo è dato dalla particella “ne” usata in concomitanza con “quel libro”).

Quindi, per evitare il pleonasmo, la stessa frase può essere scritta così: “Non me ne importa.” oppure “Non mi importa di quel libro.”. Significato immutato, ma frase più semplice e diretta.





TAUTOLOGIA



La tautologia indica l’utilizzo di una preposizione che, con l’intenzione di definire qualche oggetto o concetto, non fa altro che ripetere sul predicato quanto è già detto dal soggetto. Molto spesso la tautologia viene usata come figura retorica, allo scopo di conferire maggiore enfasi a una frase o concetto. Non è dunque da bandire il suo utilizzo in narrativa, va solo capito quando si tratta di una ridondanza inutile e quando di un rafforzativo.

In poche parole, la domanda che ci si deve porre è: l’utilizzo di questa figura retorica mi aiuta a dare più enfasi o a rafforzare un concetto oppure appesantisce inutilmente?

Vediamo alcuni esempi:



“Io sono felice quando sono felice.” (il fatto di ripetere “sono felice” si tratta indubbiamente di rimarcare un’ovvietà: non sarebbe logico scrivere “Io sono felice quando sono triste.”)



“I volatili volano.” (anche in questo caso è palese l’ovvietà della frase: se parliamo di volatili è ovvio che volino, non c’è alcun dubbio. Quindi – per rendere più completo l’esempio – per evitare una tautologia, non diremmo “I volatili che volano mi piacciono.” ma “I volatili mi piacciono.”)



“Come si sta lontano da casa?”

“Bene, ma sai com’è… casa è casa!” (quel “casa è casa” rappresenta una tautologia: è ovvio che casa sia casa, non può essere altro. Però, in questo caso ha un valore rafforzativo, quindi non è errato usarla.)





LE RIDONDANZE PIÙ COMUNI





Alcune delle espressioni ridondanti che vedremmo negli esempi a seguire sono espressioni entrate nell’uso quotidiano, soprattutto nel parlato (che si riflette indubbiamente nello scritto), e molte sono dovute a forme dialettali.



USCIRE FUORI / ENTRARE DENTRO



“Esci fuori sul balcone!” – è ovvio che, per uscire debba andare fuori, non posso uscire dentro.

Forma corretta: “Esci sul balcone!” oppure “Vai fuori sul balcone!”



“Entra dentro casa perché fa freddo.” – è ovvio che per entrare in casa devo entrare dentro, non posso entrare fuori.

Forma corretta: “Entra in casa perché fa freddo.” oppure “Vieni dentro perché fa freddo.”



SALIRE SU / SCENDERE GIÙ



“Devi salire su per arrivare al mio appartamento.” – è ovvio che debba salire su, dato che quando si sale si va verso l’alto; non si può salire giù.

Forma corretta: “Devi salire per arrivare al mio appartamento.” oppure “Devi venire su per arrivare al mio appartamento.”



“Scendi giù per andare in cantina.” – è ovvio che debba scendere giù, dato che il verbo scendere significa andare verso il basso, spostarsi da un luogo più alto verso uno situato più in basso; non posso scendere su.

Forma corretta: “Scendi per andare in cantina.” oppure “Vai giù per andare in cantina.”



Stessa cosa per “giù da basso” / “giù di sotto” e simili.



Ci sono alcune forme che hanno preso sempre più piede nel linguaggio comune, quindi non sono nemmeno più considerate ridondanze. Ecco alcuni esempi:



“Stanno per buttare giù il palazzo.” – dove buttare giù assume il significato di demolire.



“Butta giù l’aspirina e non ti lamentare.” – qui invece, buttare giù assume il significato di inghiottire.



“Ho trovato la busta.”

“Bene, metti dentro la lettera.” – dove mettere dentro ha il significato di inserire / introdurre.



MA PERÒ / MA BENSÌ



Parto subito col chiarire il fatto che queste due forme non sono da considerare errate a livello grammaticale, ma è consigliato evitare il loro utilizzo in uno scritto formale, sostenuto.



Perché spesso sentiamo affermare che dire (o scrivere) ma però è errato?

Semplicemente perché si tratta di una ripetizione dello stesso concetto. La congiunzione ma fa parte della categoria delle congiunzioni coordinative (insieme a: e, o, oppure, né, cioè ecc.) di tipo avversativo. Sempre congiunzioni avversative sono considerate anche però e bensì (insieme a: tuttavia, nondimeno, eppure ecc.).

Vediamo alcuni esempi:



“Ho fatto tutto quello che credevo possibile, ma però non c’è stato verso di evitare la sua partenza.” – in questo caso, ma e però possono essere utilizzati insieme così come si può utilizzare una o l’altra congiunzione senza cambiare il senso del periodo (personalmente, quando scrivo, preferisco l’utilizzo di una o dell’altra, mai insieme.)



“La parata non si è svolta a Napoli, ma bensì a Venezia.” – anche qui si possono utilizzare le due congiunzioni insieme oppure una o l’altra, senza cambiare il significato della frase.





In fine, le espressioni ridondanti – benché superflue – non sempre vanno evitate come la peste. Alcune possono servire a donare più enfasi a un concetto, per sottolinearne l’importanza (come abbiamo visto per i pleonasmi e la tautologia) oppure per attribuire una certa informalità al nostro scritto (per esempio nella caratterizzazione di un personaggio).

giovedì 21 gennaio 2021

NUMERI: date, orari, indirizzi e altro. Come si scrivono correttamente nella narrativa?

 



REGOLE EDITORIALI: I NUMERI





Quante volte ci è capitato, scrivendo, di fermarci a ragionare sui numeri che inseriamo nei nostri scritti? A me moltissime volte. Qui vi spiegherò per filo e per segno come si usa scriverli a livello editoriale. Ci sono alcuni casi in cui i numeri possono essere scritti in cifre e altri in cui devono essere scritti per esteso. Vedremo come vanno riportate le date e gli orari, nonché tutte le eccezioni alle regole.



I NUMERI



Generalmente, in letteratura vige la regola di riportare in numeri scrivendoli per esteso (in lettere), ma ci sono molte eccezioni e molte diversità di pensiero. Nell’editoria, quando si tratta della forma di un testo (impaginazione, uso della punteggiatura nei discorsi diretti, numeri ecc.) succede spesso che una casa editrice adotti regole diverse da un’altra. Per chi sta editando un proprio scritto con l’intenzione di far avere il manoscritto a qualche editore, l’importante è essere coerenti e mantenere lo stesso stile per tutta la lunghezza del manoscritto (quindi, per esempio, se decidi di riferirti agli anni scrivendoli in cifre, allora sarà così da inizio alla fine).



Come dicevo, nella stragrande maggioranza dei casi si preferisce la scrittura per esteso dei numeri (venti e non 20), ma vediamo caso per caso.



Lo stile che si sceglie per riportare i numeri in un testo dipende molto anche dal tipo di testo che abbiamo davanti. Sicuramente in un libro di narrativa si cercherà di scrivere il più possibile in lettere, mentre in un testo di economia o scientifico o scolastico si tenderà a riportare i numeri in cifre. In questo post vorrei concentrarmi sui testi di narrativa, dato che questo blog è incentrato su questo genere.



Ecco alcuni esempi e regole:

  • quando abbiamo un elenco si tende a preferire l’utilizzo delle cifre (es.: Sono stata al mercato e ho comprato: 2 banane, 3 mele e 5 carote.), tuttavia anche in questo caso, se i numeri sono minori di 10 si può scegliere di scriverli per esteso (es.: Sono stata al mercato e ho comprato: due banane, tre mele e cinque carote.), diversamente dai casi in cui i numeri sono maggiori di 10 dove è meglio scegliere di riportarli in cifre, così da non appesantire ulteriormente il testo (es.: Il contadino ha: 56 mucche, 35 vitelli e 23 cavalli.);

  • quando i numeri sono molto grandi meglio riportarli in cifre, altrimenti appesantirebbero di molto la scorrevolezza della lettura (es.: Nella battaglia sono stati feriti 7.356 soldati.). In questi casi, la grafia corretta per dividere le migliaia è utilizzare il punto, come nell’esempio riportato sopra;

  • quando si deve riportare una percentuale si preferisce la scrittura in cifre (es.: Il padrone possiede il 51% dei beni.);

  • per quanto riguarda peso e altezza, si può scegliere tra le due forme (es.: Maria è alta un metro e sessanta e pesa cinquantacinque chili. / Maria è alta 1,60 metri e pesa 55 chili.). Personalmente, preferisco decidere in base al genere letterario che sto scrivendo in quel momento e dall’importanza che quei dati hanno nel testo. Per esempio, in un romanzo rosa tenderei a scriverli in lettere, mentre in un giallo, nella parte che riporta le caratteristiche fisiche delle vittime o degli assassini – quindi è molto importante che quei dati si fissino nella memoria del lettore – riporto quei dati scrivendoli in cifre;

  • a inizio periodo si usa sempre la scrittura per esteso (es.: Cinquemila soldati sono tornati illesi. / Quindici per cento è troppo poco.), quindi se si deve scrivere un numero particolarmente complesso a inizio periodo, si consiglia di cercare di anteporgli qualche parola, così da non dover cominciare il periodo con il numero stesso (es.: Quel giorno, 5.234 soldati sono tornati illesi. / Il 15,6% è troppo poco.);

  • valori definiti, si possono riportare sia in cifre che in lettere, tenendo in considerazione le altre regole (es.: Ho visto 2.350 soldati. / Ho cinque amici.);

  • valori indefiniti, sempre in lettere (es.: Ho visto circa due mila soldati.);

  • numeri di stanze si possono scrivere in cifre, per renderli più immediati (es.: Maria alloggia nella camera 43 dell’albergo.).



ETÀ



Le età vanno sempre riportate per esteso, mai in cifre, per esempio:

Lei è una ragazzina di quindici anni.

Lui è sulla quarantina. (È errato scrivere: Lui è sulla 40ina.)



DATE



Per quanto riguarda gli anni, si tende sempre a riportarli in cifre (es.: Correva l’anno 1956 quando nacque Maria.), ma vediamo tutte le forme corrette per riportare una data in un testo di narrativa.



Quando si deve riportare una data specifica, nella narrativa, la forma più usata e anche la più immediata è quella di scrivere il giorno e l’anno in cifre, mentre il mese andrà scritto in lettere (es.: Maria è nata il 13 giugno 1956.). Le forme 13/06/1956 e simili sono considerate più tecniche, burocratiche, quindi non è sbagliato riportare una data in questo modo, ma può stonare in alcuni casi. Per esempio, se stiamo scrivendo un romanzo rosa e ci riferiamo alla data di nascita di uno dei personaggi, andremmo a scriverla come nel primo esempio (13 giugno 1956), mentre se stiamo scrivendo un giallo e la data da riportare si riferisce a un documento ufficiale, andranno bene anche le altre forme (13/06/1956 oppure 13-VI-1956 oppure 13.06.1956). Scrivere una data per esteso è alquanto inusuale (Tredici giugno millenovecentocinquantasei). Se il giorno dovesse essere a una cifra soltanto, non va mai riportato lo zero (5 giugno e non 05 giugno).



L’importante, per riuscire a scegliere la forma corretta, è pensare al lettore, a come leggereste una data scritta. Se leggo 5 giugno 1956 il mio cervello collega il tutto in automatico, mentre se leggo 05 giugno 1956, nella mia mente leggo anche lo zero, che può in qualche modo distrarmi. Stessa cosa per 5/06/1956, mi soffermerei a pensare a quel 06 e mi ci vorrebbe qualche secondo prima di collegarlo al mese giusto.



Gli anni possono essere riportati in varie forme, personalmente tendo a evitare di scrivere un anno molto complesso per esteso (es.: Millenovecentocinquantasei) in quanto al lettore serve più tempo per leggere ed elaborare quel dato, quindi si distrarrebbe dalla lettura, ma si tratta più di scelta stilistica che di una regola vera e propria.



Se ci dobbiamo riferire a un decennio, possiamo scegliere tra varie grafie: Gli anni Cinquanta – in questo casa va usata sempre la maiuscola – oppure Gli anni 50 ma mai Gli anni ‘50). Se invece ci riferiamo a un anno in particolare, le grafie da usare saranno: L’anno 1956 oppure L’anno ‘56 – in questo caso, riferendoci a un determinato anno, va usato l’apostrofo).



INDIRIZZI



Se si deve riportare un indirizzo, i numeri presenti al suo interno andranno sempre scritti in cifre:



Via Roma, 55

20019 Milano



ORARI



Gli orari si possono riportare sia per esteso che in cifre, dipende un po’ dall’importanza che si dà loro all’interno dello scritto stesso e dalla scelta stilistica, che è a cura dell’autore. Ecco alcuni esempi e regole:

  • per gli orari fissi, si può scrivere semplicemente l’ora (es.: Mi sono svegliata alle 8. / Mi sono svegliata alle otto.). È errato riportare l’orario completo quando si tratta di orari fissi, quindi NON si scriverà mai 8.00, ma sempre e solo 8 (o otto). Stessa cosa per un intervallo di tempo: dalle 8 alle 12 (oppure 8-12) e in questo caso è da preferire la scrittura in cifre;

  • i mezzi e i quarti si scrivono in lettere, quindi: 8 e un quarto (8 e mezza) e non 8.15 (8.30);

  • quando si hanno orari più complessi, è da preferire la scrittura in cifre, così da renderne la comprensione più immediata (es.: Ho un appuntamento alle 8.37. – NON: Ho un appuntamento alle otto e trentasette.), ma si tratta sempre di una scelta a discrezione dell’autore;

  • bisogna sempre tenere conto dell’ambientazione di ciò che si scrive, quindi se si ambienta un romanzo in un pese anglofone (Stati Uniti, Scozia ecc.) si userà la formula AM/PM (8 AM / 8 PM) , altrimenti si potrà usare una di queste forme: 8 di mattina / 8 di sera oppure 8 / 20). Se scrivere l’ora per esteso o in cifre è sempre una scelta, anche in questi casi.



Infine, quello che posso dirvi a riguardo di numeri e la corretta grafia da utilizzare in merito è che è sempre importante scegliere uno stile e mantenerlo per tutta la lunghezza del testo, che si tratti di un romanzo, un articolo o altro. Da tenere sempre presente che nella narrativa è da preferire la scrittura dei numeri per esteso qualora essi non siano troppo complessi.



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